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Prefazione di FRANCESCO CASULA a Balente
di Antonello Guiso
Il romanzo Balente, strutturalmente molto semplice e scabro, dalla
trama scarnificata, dalla tessitura leggera, si articola come il
racconto e il resoconto fedele di un caso di vita vissuta, dunque
autobiografico e narrato in prima persona, sia pure dentro coordinate
e affatturazioni romanzesche. La vicenda ha perciò la labilità del
sogno e la durezza del reale. Così in essa si intrecciano, si
mescolano e si confondono realtà e fantasia, mito e storia, elementi
onirici e lirici con descrizioni puntuali di costumi, comportamenti,
fatti, accadimenti e figure icasticamente schizzate; favoleggiamenti
etnologici sulla balentia, riflessioni e introspezioni psicologiche,
turbamenti dell’io, sdoppiamento della personalità, drammi
coscienziali, sogni e tremori espressi con citazioni e aforismi di
poeti e scrittori: da Leopardi a Oscar Wilde, da Seneca a Montanaru e
Peppino Mereu, ma soprattutto dalla metafora del clown che attraversa
tutto il romanzo e che ha la funzione di segnare e commentare i
momenti del viaggio sentimentale del giovane protagonista nel suo
ritorno in Sardegna. Della cui vita il romanzo offre un dolente
mosaico, alieno però da vittimismi e lamentazioni sterili, un
labirinto di segni, un bastimento carico di storia, un incunabolo
dell’identità etno- nazionale dei Sardi di cui il passato è elemento
costitutivo importante. Anche perché il passato non è passato: è
totalmente incarnato nel presente attraverso la memoria storica ma
soprattutto attraverso l’ancoraggio forte della comunità sarda –
giovani compresi - a valori e a culture tradizionali immarcescibili.
Il romanzo però non si pone nè come mera operazione di recupero in
qualche modo etnografico e antropologico, né come cernita minuta di
quanto sia vivo e di quanto sia morto nel magma pietrificato della
tradizione isolana. Tanto meno guarda all’indietro, magari per
rievocare pateticamente tradizioni e miti: vuole semplicemente
affermare che il passato è strumento di futuro e di vita e che il
rinnovamento e “la modernizzazione” non passano dunque attraverso il
seppellimento della cultura sarda tradizionale ma attraverso la sua
conservazione e nello stesso tempo la sua trasfigurazione in una
concezione nuova e più alta del mondo, senza alcuna chiusura né
separazione perché non esistono confini territoriali né barriere
etniche quando si incontrano persone sincere e leali, fa dire l’autore
a un personaggio del romanzo.
In Balente anzi la modernizzazione e il futuro è già iniziato e
cammina con passo forte. E non solo – naturalmente – perché i giovani
sardi ascoltano la musica di Ligabue o di Janis Joplin, dei Led
Zeppelin, Deep Purple, Pink Floyd, Clash, Joy Division, Shunk Anansie
o dei CCCP, CSI, Afterhours. Il futuro. ormai di là da un guado, è
irreversibile: ma non è sempre e comunque migliore del passato. Nuove
malattie, nuove povertà, nuovi drammi e nuove tragedie popolano la
Sardegna: la disoccupazione prima di tutto e con essa lo spopolamento
e il rischio di estinzione di decine e decine di piccoli centri in cui
si sono consumate intere vite, sacrifici, rinunce, anni di lavoro per
incorniciare vicoli che sempre meno gente calpesterà.
Il teatro dell’azione è un villaggio sardo barbaricino che però non ha
nome: solo alla fine del romanzo è identificato come un paese
devastato in tempi remoti da un incendio. L’autore punta infatti sulla
indeterminatezza esistenziale della vicenda e gli stessi luoghi e
paesaggi sono momenti di una geografia nel suo valore simbolico e
intensamente allusivo: vuole infatti narrare una vicenda “vera”,
fresca, contemporanea, insieme universale e fortemente locale.
Un giovane vuole trascorrere un po’ di vacanze lontano dalle mura
della sua stanza, oltre i suoi amori virtuali, oltre la superficialità
dei suoi amici. Soprattutto oltre le sue paranoie. Vuole tornare in
Sardegna, sua terra di origine, per ritrovarsi. Vuole lavarsi il
trucco per cercare l’essere vero. E ritorna nel paese proprio in
occasione della Festa principale, la festa patronale. Assiste così ai
riti e ai miti che sono rimasti pressochè intatti nel tempo, con gli
abitanti incatenati a tradizioni antichissime e a potenti valori come
l’ospitalità, la solidarietà e il senso della Comunità innanzitutto.
A queste tradizioni sono rimasti ancorati anche i giovani, ad iniziare
dai diciottenni della leva che imbraccano i fucili a significare che
sono diventati uomini, che festeggiano il santo patrono, portandolo
sulle spalle in processione, che vestiti con i costumi cavalcano i
cavalli bardati con nastrini colorati che si intrecciano con la
criniera e la coda.
Nel paese il giovane ritrova dunque scenari oltre il tempo, carichi di
vita, di colore e di storia: il pane carasau, a sfoglie sottilissime e
croccanti, i ravioli di formaggio fatti in casa, fumanti e col sapore
di un tempo, la casa del nonno che conserva il suo fascino antico. E
ancora: sas barraccas, con la birra bevuta a fiumi e con il mirto –
l’amaro dei Sardi – dal sapore particolare, dal gusto equilibrato fra
dolce e amaro, dalla fragranza aspra che lo accomuna alla terra sarda.
Ma ciò è solo il colore del romanzo, la cornice in cui il protagonista
vive il suo rientro con una brigata di giovani e ragazze fra feste,
colossali bevute di birra, corse di cavalli, balli, pogate, sfide alla
morra (1) pizzate e pantagruleici pasti.
A segnare la breve vacanza del giovane, tanto da cambiare
profondamente la sua intera esistenza è però la conoscenza di Balente,
il personaggio che non a caso dà il titolo al romanzo, e di Maria, la
fanciulla di cui si innamora.
Balente dunque, il personaggio chiave del romanzo, figura asciutta,
priva di tratti consolatori, che con pennellate energiche viene
tratteggiata in modo magistrale, come intagliata in un legno rustico,
il giovane dalla voce autorevole, leggermente rauca e molto pacata,
con il profumo da donna e che da ottimo fantino si esibirà in pariglie
spettacolari e pericolose, dimostrando grande maestria ed eccezionali
doti di equilibrismo.
Balente, dalle mani enormi, di lavoratore incallito che ha risanato
prima e ampliato poi l’azienda agropastorale dopo la tragica morte del
padre ucciso, vestito da macho, con un completo velluto nero (2) dalle
righe sottilissime, liscio e luminoso, con la camicia completamente
priva di colletto, che porta sempre la pistola nella tasca interna
della giacca. L’abito, che indossa con ostentata fierezza, diviene
sopra di lui una specie di segno distintivo, di diversità e di
ribellione, un’operazione di appartenenza e di rivendicazione
identitaria, di contrapposizione fiera e orgogliosa alle mode
metropolitane e alla giustizia dello Stato e dei carabinieri.
Balente che rispetta le persone e si attiene scrupolosamente alle
regole della Comunità e un po’ meno alle leggi dello Stato, vissuto e
percepito come distante e ostile che esercita le sue prerogative
sostanzialmente attraverso gli organi repressivi: io non so perché ci
sono i carabinieri nei nostri luoghi ( Peppino Mereu).
Balente buon amatore ma non volgare play- boy. Nutre anzi un alto
senso di rispetto nei confronti della gente, delle ragazze degli
amici, coniugando identità culturale, tradizione e modernità,
attaccamento ai valori del passato e apertura mentale: usa il profumo
femminile perché il profumo e gli orecchini non appartengono alle
donne come il pantalone e il sigaro non appartengono all’uomo.
La sua balentia non ha dunque niente a che spartire con quella di quei
ragazzi che si uniscono in branchi come cani e che come cani hanno
sempre il padrone o qualcuno che li guidi. Che mostrano i denti e
abbaiano ma quando sono soli nascondono la coda fra le gambe. La loro
balentia assume solo i tratti caratteristici della microcriminalità e
del teppismo metropolitano, di piccoli balordi da periferia urbana:
sono insomma la caricatura di un balente e niente più.
Balente che muore concludendo tragicamente l’avventura perturbante e
inquieta della sua esistenza: non per il morso di un leone ma per il
veleno di una serpe. Dunque assassinato da mano vigliacca, lui ancora
così giovane ma che ha abbondantemente sperimentato sulla propria
pelle l’ingiustizia, il sopruso e la prepotenza, lui così ribelle e
orgoglioso e severo, poco incline alla facile effusione sentimentale,
superiore e tutte le piccolezze, alle mediocrità, ai pregiudizi e ai
compromessi; custode geloso di un senso di autonomia individuale,
eppure così tormentosamente sensibile, tenero, dolce e ardente; ricco
di melanconia ineluttabile e insieme appassionato della vita.
La tragica morte di Balente cambia radicalmente la vita del giovane
protagonista del romanzo: il clown non porta più la maschera, non ha
più storie da raccontare, ha una storia da vivere. Il suo vagare senza
meta, la sua anima in pena in cerca di qualcosa e di qualcuno che gli
dia un’indicazione sul traguardo, individua la rotta giusta. Ripensa
ai suoi 18 anni e al grigiore della sua prima sbornia in un pub fra
mille persone….solo. Si guarda dentro per mettere a nudo la sua
superficialità, la sottile ambiguità che non lo fa sentire vero, il
continuo adeguarsi alla gente e alle situazioni.
E decide.
Decide di ri- tornare definitivamente a Casa. Al paese, dove ha
ritrovato le radici, l’identità, i valori, il senso della sua vita
fin’ora mascherata dal trucco e dal belletto della grande città del
Nord, alienante, spersonalizzante e omologante. Al villaggio dove ha
trovato l’amore di Maria. Decide di tornare per sfiorarle il viso,
incredulo che un sogno abbia preso forma.
Con Balente, l’autore Antonello Guiso, giovane ollolaese, ha prodotto
un romanzo fresco e bello, alieno da complicazioni ideologiche e
intellettuali, che riflette la cadenza scabra, essenziale e
semplificata della parlata giovanile ma soprattutto che rivela una
naturale attitudine alla scrittura.
Certo, si può rimproverare al romanzo una certa debolezza quanto a
ritmo compositivo e a tensione narrativa che talvolta risulta
faticosa; certo l’autore manifesta qua e là incertezze strutturali e
ineguaglianze stilistiche per cui deve sottoporre il linguaggio, il
lessico e la stessa espressione, a un processo di affinamento e di
alleggerimento, per così dire a un duro sforzo ascensionale, per
liberarli da incrostazioni e impurità.
Del resto occorre tener presente che l’autore è un giovane, scrittore
per hobby e per diletto, alla sua prima esperienza narrativa che ha
coltivato, nei ritagli del tempo libero e liberato dal suo lavoro
quotidiano, da autodidatta, il gusto e il piacere vorace della lettura
e della scrittura.
(1) Nota sulla Morra
La Morra, gioco- gara largamente ancora oggi diffuso in Sardegna ma
soprattutto nel mondo barbaricino, al contrario di quello che
comunemente si pensa non ha origini sarde. Il ludus morras infatti è
testimoniato sin dal 1324 a Sant’Anatolia, nel 1469 è presente ad
Assisi, in Francia nel 1552, nel 1560 a Camerino, nel 1706 in
Inghilterra.( Vedi in “Il Folklore sardo” di Francesco Alziator,
Libreria editrice Dessì, Sassari, pag.186)
La morra – scrive nel romanzo l’autore - è come una canzone, devi
cercare di seguire una melodia e un ritmo, altrimenti è solo rumore.
Per aver successo devi essere bravo a interpretarla, devi essere furbo
e prevenire i tempi, capire cosa farà l’avversario e anticiparlo,
cosciente che lui cercherà di fregare te.
(2) Nota sull’abito etnico
Sull’abito di velluto nero e sull’abito etnico in generale vedi la
recente opera “ Una moda fuorilegge – il fascino del pastore in
velluto, la riscoperta di uno stile etnico” CUEN editore, Napoli 2000.
Autori sono Umberto Cocco, giornalista e Giampiero Marras, estroso e
noto personaggio, bancario di professione, studioso di lingua e
cultura sarda per passione, militante politico e sindacale etnicista:
è fra l’altro, dirigente della Confederazione sindacale sarda, (CSS)
il Sindacato etnico sardo.
Scrive il grande archeologo sardo Giovanni Lilliu nella prefazione del
libro ( pagg. 24-25):” Il nero abito, simbolo della Sardegna nuova,
corre ormai nell’isola ed è conosciuto ed apprezzato, per quanto se ne
sa, oltre le sue frontiere aperte, come dovuto, alla comunicazione coi
popoli, via etere, in tempo reale… Ci si rifà all’abito nero adottato
alla corte di Spagna nel Quattrocento, come segno di distinzione e
austerità nonché di elevazione morale e spirituale dell’uomo
aristocratico. Se ne estende la moda nei paesi del vasto dominio
iberico, compresa la Sardegna che aveva già da tempo il suo abito nero
in orbace. A metà Ottocento, il nero è in voga nell’Inghilterra
vittoriana e in Francia tra puritanesimo e dandismo. E grande
diffusione ha nell’America dei diritti dell’uomo, nel secolo XIX”.
Francesco Casula
(Prefazione al romanzo “BALENTE” di Antonello Guiso, Artigianarte
editrice, Cagliari Febbraio 2002)
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